Brano dell’istoria del brigantaggio

brigantaggio

Tommaso La Cecilia.
“Uomo ardimentoso, di fibra ferrea, che i suoi concittadini soprannominavano, non so perché, Mozzicafava e che noi, in grazia dei suoi ispidi mustacci e del soldatesco atteggiamento, battezzammo col nome di Radetzky. […] La Cecilia era, come si direbbe, il prototipo dell’uomo bruno del mezzogiorno d’Italia. […] Ne ricordo il viso accigliato e sempre  preoccupato allorché veniva a fare le sue relazioni e confidenze, a proporre, suggerire, concertare qualche spedizione”. Questo il “ritratto” assai attendibile che Aldobrandino Allodi, aiutante maggiore del 49° reggimento fanteria, ci ha lasciato dell’agrimensore Tommaso La Cecilia, di Nicola, proprietario, e di Giulia Croce, appartenente a famiglia benestante, nato a San Severo nel 1807.
Quasi nulla sappiamo dei suoi anni giovanili se non che nel 1830 sposò la casalinga Giovanna Sciaraffa, soprannominata Suz-Suz, dalla quale ebbe otto figli, di cui due, il primo e il terzo, morirono pochi mesi dopo la nascita.
Frequentò la Facoltà di Scienze Fisiche e Matematiche della Regia Università degli Studi di Napoli, che l’11 agosto 1841, quando aveva 34 anni, gli conferì il “primo grado di approvazione nella facoltà, che lo abilitò a esercitare il mestiere di Esperto di Campagna”, vale a dire di agrimensore. Il suo lavoro gli permise una perfetta conoscenza di tutti i sentieri e gli anfratti  del circondario e quando agli inizi del 1861 le prime truppe giunsero a San Severo, egli guidò occasionalmente  i militari che uscivano in perlustrazione del territorio, con evidente danno alle numerose bande di briganti che, proprio in quei mesi, sorgevano in Capitanata. Il suo nome  divenne in breve famoso sia tra i militari, che ne elogiavano la perizia e il coraggio, che tra i briganti, i quali, invece, volevano ucciderlo, perché perseguitava, insieme ai “piemontesi”, i loro compagni.  Per le minacce che continuamente riceveva, “traditore, traditore, non mancherà giorni, che ti dobbiamo rompere il culo, e di metterti un’oncia per masseria, è scritto a lettere di sangue”, fu costretto a non poter più esercitare il mestiere di agrimensore e, anche in paese, la sera, era obbligato a rientrare a casa prima che facesse buio, perché a San Severo vi erano “i corrispondenti ed i fautori dei briganti”. Per oltre cinque mesi “ha dovuto vivere del suo, senza ricevere mai alcun compenso” e ciò certamente non giovò alle sue già scarse risorse economiche. Non riusciva a “trovare mezzi per alimentare la sua numerosa famiglia” e, pur di guadagnare lo stretto indispensabile, accettò nel luglio del 1861 di collaborare con diversi ufficiali dell’esercito, che si avventuravano a setacciare la campagna alla ricerca dei briganti. Per un mese e mezzo fu con il maggiore dei Granatieri di Lombardia Ernesto Facino, comandante le truppe del distretto di San Severo,  per un mese con il maggiore Enrico Blancardi, comandante del 33° battaglione dei bersaglieri, per un altro mese con il maggiore Salvatore Pescarini Rajola del 49° reggimento fanteria e  per otto giorni, nell’agosto del 1861, accompagnò in un giro d’ispezione nel Gargano il generale Pinelli,  che prima di partire lo rimproverò, perché non aveva fucilato, secondo gli ordini ricevuti, tutti i briganti catturati qualche giorno innanzi.
La Cecilia rivelò subito doti non comuni di coraggio. Si riteneva “comandato dal Signore”, che, ne era convinto, lo aiutava a superare indenne tutti i pericoli. Nell’estate del 1861, recuperò nel Gargano  700 pecore rubate, prese parte al triste episodio della masseria Ferrigno e fu anche all’assedio di Volturino per stanare una banda di circa 180 briganti.
Nel novembre del 1861, consigliato dal colonnello Luigi Testa, un genovese che comandava la piazza di San Severo, e da alcuni possidenti,  formò  una squadra a cavallo “di naturali del paese” che, sostenuta dai proprietari locali, partecipò ufficialmente insieme alla truppa alla lotta contro le bande. L’esperienza della squadra durò meno di due mesi, perché “questi proprietari non amano la distruzione del brigantaggio, ma bensì la distruzione di quelli che li perseguitano”. Il 2 dicembre del 1861 i “guardiani a cavallo” furono sciolti  “per mancanza di denaro e per intrigo”. In realtà  perché ad alcuni proprietari, che sostenevano gli uomini di La Cecilia con cavalli, armi e munizioni, venne, per ritorsione, bruciata la masseria.
Restò, ancora una volta, inoperoso e la sua situazione economica, aggravata dalla partenza per il servizio militare del primogenito Felice, che lo aiutava nel lavoro, si fece veramente difficile, tanto da costringerlo a chiedere al sottoprefetto “un mezzo da vivere, e non languire nella miseria con la sua famiglia”. Ebbe solo promesse, ma nulla di più.
Nel gennaio del 1862, però, il precipitare degli eventi cambiò la situazione. Alcune centinaia di briganti, ormai ben organizzati in bande, “scorazzavano per tutta l’estensione del territorio, rubando, manomettendo ed assassinando a man salva” e il sottoprefetto Emilio Lavaggi, pure lui genovese, non potendo fare alcun affidamento sulla guardia nazionale, chiese che a San Severo venisse inviato un reggimento di fanteria di linea e “cavalleria in proporzione”, che giunsero in città a metà gennaio. C’era bisogno di una guida esperta, di uno che conoscesse bene il Circondario e che, all’occorrenza, sapesse disegnare le mappe del territorio. L’unico che possedeva queste capacità e che godeva anche della piena fiducia delle autorità era Tommaso La Cecilia, il quale aveva proprio l’abitudine, come si nota anche nelle sue memorie, di disegnare le carte topografiche dei luoghi che percorreva e di fare gli schizzi delle masserie, annotando meticolosamente quanto distavano tra di  esse e quanto dai  paesi più vicini, oltre all’altitudine e ai torrenti, che eventualmente attraversavano il territorio. D’intesa, quindi, con il prefetto Strada, Lavaggi decise di mettere agli ordini di La Cecilia una piccola squadra di volontari a cavallo, dell’operato dei quali “Mozzicafava” rispondeva personalmente. Aveva pieni poteri nella scelta dei suoi uomini, che poteva sostituire in qualunque località si trovasse. Li selezionava con rigore, non accettava compromessi e pretendeva da tutti assoluta ubbidienza. Non mancava di rimproverarli in malo modo, di punirli e di cacciarli finanche dalla formazione alla presenza di tutti, se i suoi ordini erano disattesi. Ma sapeva pure incoraggiare ed elogiare i più valorosi. Dopo una laboriosa trattativa, condotta con decisione, ottenne che a ciascuno di essi fosse data una diaria di 3,82 carlini. Ognuno, però, doveva far fronte a “qualsivoglia spesa di scuderia, di equipaggiamento, di munizioni e di vitto”. I cavalli furono forniti, senza compenso, da alcuni proprietari di San Severo; mentre da Apricena, per incoraggiare l’iniziativa, una sottoscrizione privata raccolse ducati 570, pari a £ 2422,44. La squadriglia agiva alle dipendenze del colonnello Testa, comandante del 49° reggimento fanteria, e alcuni successi militari furono conseguiti proprio per merito di La Cecilia, che seppe guidare le truppe per sentieri solo a lui noti e cogliere di sorpresa le bande dei briganti.
I rapporti delle autorità militari e civili rendevano ben evidente il suo contributo alla lotta al brigantaggio, tanto che il re in data 7 marzo 1862 gli concesse il brevetto con il grado di Luogotenente della guardia nazionale a cavallo e alcuni giorni dopo La Cecilia dimostrò sul campo di averlo pienamente meritato. Il 20 marzo, infatti, presso la masseria Mezzanagrande  la squadriglia e la 14^ compagnia del 49° sconfissero la numerosa banda di Angelo Maria Del Sambro e della sua donna Vittoria Cursio, grazie proprio al coraggio di “Mozzicafava” e di un suo uomo, Giovanni Di Tommaso, rimasto ferito al braccio sinistro, per i quali il sottoprefetto Lavaggi propose una medaglia al valor militare.  Il 7 maggio 1862 finalmente arrivò la prima medaglia d’argento con il “soprassoldo” di £ 100 annue, ma non per l’episodio di Mezzanagrande, bensì per lo scontro di Ferrigno di circa un anno prima, con la seguente motivazione: “pel valore e per l’abnegazione di cui diede prova nelle operazioni intese a reprimere il brigantaggio nelle province  Meridionali”. Riconoscimento giunto assai gradito a La Cecilia, orgoglioso di essere “cittadino benemerito del suo paese, che porta sul petto la decorazione dei prodi”.
La gioia di La Cecilia, però, durò poco, perché il 3 maggio 1862 il nuovo prefetto Gaetano Del Giudice comunicò a Lavaggi  che l’amministrazione non  poteva dare agli uomini della squadriglia una diaria superiore a  90 grana. La rimanente somma doveva essere raccolta con le offerte volontarie dei proprietari di San Severo e dei comuni vicini, così da creare “un fondo sufficiente a poter mantenere, come per lo innanzi, la cennata squadriglia”. Ma i proprietari, ancora una volta non risposero all’appello per timore di gravi ritorsioni da parte dei briganti. Preferivano essere taglieggiati, anziché vedersi distrutti i raccolti, ucciso il bestiame, rapiti i propri cari. Il sottoprefetto allora, “stante il niun concorso del paese”, tre giorni dopo si vide costretto a sciogliere la squadriglia. La Cecilia, un po’ per carattere, ma soprattutto per necessità, essendo ormai la squadriglia l’unica sua fonte di sostentamento, non si arrese e concordò con Lavaggi, con il comando militare e con il sindaco un piano ben congegnato, che, in fondo, non scontentava nessuno.  Diffuse ad arte  a San Severo e nei comuni vicini la notizia che la sua squadra si era sciolta, ma che chiunque poteva arruolarsi come volontario ai suoi ordini, essendo  stato egli autorizzato dalle autorità a costituire una “squadriglia volontaria” senza alcuna diaria fissa, ma con la  possibilità, di dividere, come bottino di guerra, tutto ciò che, in possesso dei briganti, cadeva nelle loro mani. Le adesioni non furono incoraggianti, perché nessuno intendeva rischiare la vita per un guadagno incerto. Tutto, però, cambiò con il sopraggiungere  dell’estate del 1862, perché, com’era prevedibile, nel mese di agosto le conseguenze del brigantaggio si fecero disastrose. Le campagne vennero abbandonate, tanto che non fu possibile preparare il terreno alla nuova semina. Gli agricoltori lasciarono le colonie e “il lavoro di tanti anni fu  distrutto in poco tempo”.  I proprietari di San Severo compresero  che per difendersi dalle razzie era indispensabile assistere economicamente i volontari contro il brigantaggio. Si riorganizzarono e una commissione, istituita dal municipio, raccolse i soldi per mantenere gente armata. Allora furono in molti ad andare da La Cecilia, tutti volontari, dotati di coraggio, abili nell’uso della armi e, soprattutto, disciplinati. Il successivo 1° novembre il sottoprefetto Righetti invitò il sindaco Filippo D’Alfonso a ricostituire ufficialmente la squadriglia di San Severo, “disciolta forse per ragionevoli motivi”. Così finalmente “Radetzky”, come lo chiamavano i militari o “Mozzicafava”, come era meglio conosciuto tra i suoi concittadini,  riuscì a ricomporre una squadra di 30 uomini, con la quale operò per oltre due anni in Capitanata e nelle vicine province.   Aveva autorevolezza, sapeva mantenere ottimi rapporti con i suoi uomini: incoraggiava i  meritevoli come Francesco Pepe, “il migliore della squadra”, un ex lanciere, coraggioso e leale, e Antonio Venusi, che si infiltrò tra i briganti di San Paolo per smascherare un emissario pontificio; ma cacciava dalla squadra persone come Antonio Palma, che si era rifiutato di andare in avanscoperta con i militari e aveva sparato a un brigante disarmato, che si era arreso.
Era un uomo difficile, rude, crudele, ma anche generoso, come dimostra l’episodio del pastore Pasquale Marino, una spia dei briganti, al quale risparmiò la vita.  Amava la natura ed evitò che i boschi fossero distrutti dai militari.  Sapeva essere, quando le circostanze lo richiedevano, raffinato, gentile e anche colto, tanto da citare sentenze latine, e ciò lo rendeva simpatico a chi lo conosceva.
Disprezzava i briganti, “porci selvatici che scappavano via”, con i quali aveva un personale conto in sospeso. Con essi era molto duro: spesso lasciava insepolti i loro corpi e difficilmente faceva prigionieri.  Riusciva a far parlare quelli che ancora vivi cadevano nelle sue mani “con tante sevizie da noi fatte” e aveva un fitta rete di informatori “per mezzo di qualche incoraggiamento che io li dava”. I suoi metodi, se erano molto apprezzati dai militari, non erano condivisi da alcuni suoi concittadini, tra i quali c’era Giuseppe Santelli, capitano della guardia nazionale di San Severo, che così scriveva  nel dicembre del 1862 allo zio, onorevole Carlo Fraccacreta, che viveva a Napoli: “Ieri al far del giorno Tommaso La Cecilia à commesso il terzo orribile misfatto che vi descriverò e che à commosso tutto il paese tanto che credo non resterà impunito come gli altri due”. E poi ancora “Ieri è stato rilevato quell’infelice fucilato da Tommaso. I  suoi compagni lo compiangono tutti, giacchè era un ottimo giovane e di sentimenti buonissimi”.
Conosceva la storia e l’arte, come dimostra la descrizione, ricca di particolari, dell’abbazia di S. Agata, che “era un convento antichissimo, e fortissimo fabricato con una vasta fondana, fatta dai Monaci del xechisi Celestini, e dopo poi alla caduta dei monaci, venne detto convento posseduto dai Albanesi” e di quella di Ripalta che “era prima un Convento con molti fabricati con un altissimo Palazzo, moltissime stanze, in modo che pare un Castello da Guerra, tutte le mura sono di pietre vive, e lavorate con granta magnificenza dagli andichi lavori romani, cosa che più li guardati, e più li volessivo guardarli” e che aveva anche “una ottima chiesa molto ornata, con vistosi quadri da mirarsi, in modo, che la fabrica  tutta lavorata alla Gotica”.
La Cecilia combatteva i briganti con la loro stessa tattica, la guerriglia, causando pesanti danni alle diverse bande e tutti i capi cercavano l’occasione buona per eliminarlo. Singolare è quanto accadde nel marzo 1862 sotto Rignano. La squadriglia  e una compagnia di militari s’imbatterono in una grossa banda, formata dagli uomini di Caruso, Del Sambro e Pennacchia. Durante lo scontro l’agrimensore si venne a trovare da solo a circa 60 metri dai tre capi. Cercò subito sul terreno la posizione migliore per difendersi e, per prendere tempo, incominciò a provocarli. Ai tre che gli gridavano: “Vieni non ai timore”, rispose: “Come siete tanti coraggioso, avete timore di uno solo”. Caruso passò agli insulti: “Vedi che faccia di cazzo che tieni”. E La Cecilia senza mostrare alcun timore: “Se io tengo una faccia di cazzo, voi tenete una faccia di fesso tutti  tre”. Seguì a questo punto l’immancabile sparatoria in cui Caruso rimase ferito al braccio sinistro e “Mozzicafava” riuscì a salvarsi grazie alla sua abilità di cavallerizzo.
I briganti temevano La Cecilia e i suoi uomini forse più degli stessi militari, tanto che, in diverse occasioni, le bande si riunivano per tendere loro imboscate, ad una delle quali, con promesse di facili arricchimenti, partecipò lo stesso Crocco.  All’inizio della primavera del 1862 Domenico Minelli, detto Tupporosso,  “fece venire tutti i briganti della Basalecata, dicento che in puglia ci stava bene, e che facilmente potevano distruggere la squadra, e che distrutta la squadra di San Severo, potevano facilmente ottenere la loro indente, perché la squadra dirige molto il Corpo militare”.  Ma le cose non andarono esattamente così e tutti i capi, Crocco in particolare, durante una sosta nel bosco di S. Agata, presso Ripalta, contestarono Minelli e gli dissero: “ne Signor Minelli questo era la Puglia, che noi eravamo sicuro, che non sono 8 giorni che siamo giunti, e siamo stato attaccato ogni e giorni, e con molta perdita di noi”. Ne seguì una violenta lite, in cui Tupporosso fu ucciso dai suoi stessi compagni. Era il maggio del 1862.
La Cecilia il 7 settembre successivo si scontrò di nuovo con Caruso e la banda di Dragonara,  mentre con i suoi e con diversi militi della guardia nazionale di San Severo si recava a San Paolo. I briganti, quantunque superiori di numero, indietreggiarono e, giunti nelle vicinanze di S. Paolo, si diedero alla fuga. Nella sparatoria morirono sei briganti e La Cecilia restò ferito da “una palla conica nella coscia destra”, e fu costretto a letto per circa un mese.
La situazione economica della famiglia divenne di nuovo assai precaria e La Cecilia pensò che fosse giunto il momento di chiedere alle autorità un altro riconoscimento per il suo apporto alla lotta contro il brigantaggio. Così il 28 febbraio 1863 si recò, con testimoni e documenti alla mano,  da Francesco Paolo Gentile, “notaio certificatore” del Circondario di San Severo, perché fosse redatto un atto pubblico, attestante tutte le operazioni di guerra a cui aveva partecipato, “onde poter ricevere qualche compenso dei servigi prestati” e il 30 aprile 1863 lo inviò al Sindaco e alla Giunta Municipale di San Severo. Altri riconoscimenti non tardarono ad arrivargli. Il 20 agosto 1863 gli fu concessa la seconda medaglia d’argento al valor militare con (particolare per lui forse molto più importante) il soprassoldo di £ 100 annue “pel valore mostrato nel combattere contro i briganti il 7 settembre 1862 presso S. Paolo” e il 5 giugno 1864 fu nominato Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Le autorità militari riponevano la massima fiducia in Tommaso La Cecilia e gli affidarono il compito di creare, utilizzando alcune masserie e i corsi del Fortore, del Triolo e del Candelaro, una linea difensiva per proteggere il Circondario di San Severo dalle improvvise scorrerie delle bande che provenivano dal Gargano e dal Molise. Divenne responsabile anche della sicurezza di illustri personaggi militari e politici, che giungevano nella provincia. Accompagnò in giro per il circondario Giuseppe Sirtori, Nino Bixio, Achille Argentino e Aurelio Saffi, membri della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, che il 10 febbraio 1863 giunsero a San Severo. Visitarono Dragonara, Serracapriola, Chieuti, Ururi, Larino, Termoli, Guglionesi, Campomarino,  San Paolo e il territorio lungo il Fortore. Dopo aver conosciuto il foltissimo bosco di Selva delle Grotte, il generale Bixio propose di incendiarlo per renderlo transitabile all’esercito e stanare i briganti. La Cecilia, contrario all’idea, gli fece garbatamente notare che, distruggendo il bosco, non avrebbe risolto il problema, perché il sottobosco sarebbe subito ricresciuto. Bruciando gli alberi, invece, tanta povera gente avrebbe perso legna e ghiande per diversi anni. “L’incendio distruggeva tutto, ma in un anno veniva di nuovo ad essere frattoso, e non più bosco, per che il foco distruggeva gl’alberi, e distrutti gl’alberi, come si faceva per il foco e chianda?” E al generale che, piuttosto piccato, gli chiedeva cosa lui avrebbe fatto, espose il suo piano: “io Signor Generale, penza di far fare dei dissodamenti  a questi boschi, per che il dissodamento viene la terra, essere scippati tutti li cioccari con le loro radici, e di tutti gli alberi vengono a salvarsi, e così si ha gran quantità di coltura, non [si] vengono apperdere quelli grandi alberi di querci, che danno annualmente molta ghianda”. La proposta di La Cecilia piacque a Bixio e così i boschi furono, almeno per il momento, salvi. Rientrarono a San Severo il 17 febbraio e Bixio e Argentino  alloggiarono nella casa di Pasquale Del Pozzo, Sirtori in quella di Simone Mascia, e Saffi  ebbe “una buona stanza e un buon letto in casa di certo signor Palma, buon vecchio podagroso che non ha altri in famiglia che la madre ottuagenaria e una figlia malaticcia”. L’ufficio della Commissione era presso la Sottoprefettura. Si trattennero in paese per altri due giorni e, scrisse La Cecilia, Bixio “ogni e giorno mi mandava a chiamare per darmi struzione per l’affare del brigantaggio, e l’ultumo giorno per sua bontà mi rigalato tre Marenghi, ci siamo baciati, e partì”.  E Saffi così scrisse di lui alla moglie: “tipo di guerrigliero e conoscitore de’ luoghi, che s’è distinto pe’ servigi prestati con grande attività e patriottismo in questi paesi, de’ quali è nativo”.
Ormai La Cecilia era abbastanza noto anche ai vertici militari che operavano nel Mezzogiorno e il generale La Marmora alla fine di maggio del 1863 lo volle come guida, quando venne a visitare la Capitanata e si fermò, pure lui, a San Severo. La Cecilia gli fu presentato nella bottega di Stanislao D’Antinone, che si trovava in Piazza della Repubblica, e lo accompagnò a visitare la zona del Fortore e il famigerato bosco di Selva delle Grotte. Strada facendo il generale, che lo volle sempre alla sua destra, gli chiese “dei fatti passati, tanto dei briganti, e quanti attacchi io aveva fatto, e quanti uomini aveva perduto in battaglia”. La Cecilia gli rispose: “per la grazia di Dio nessun uomo ò perduto, solo che qualche ferito leggermente, e io due volte ferito”.  Il gruppo fece sosta nella masseria Tronco del duca di Maresca e La Cecilia sedette a tavola con gli ufficiali e accanto al generale che teneva “un portogallo nelle mani, che lo stava scortanno, ne prendè la mettà e mi lo diete a me”.
Insieme all’esercito, ai carabinieri e alla guardia nazionale La Cecilia  e i suoi presero parte alla cattura o all’uccisione di numerosi capibanda. Nicandro Barone, ferito in uno scontro da La Cecilia “allora io tirò il colpo al Barone, circa un palmo distante la bocca del mio fucile […] e le palle e caprioli uscirono apparte apparte il petto”, non morì in quella circostanza,  “per che l’abbia riparato il suo cappotto, che teneva arrollato avanti la sella”,  ma circa sei mesi dopo.
Con la guardia nazionale di S. Marco la Catola partecipò nel bosco del Moro, sotto Alberona, al conflitto a fuoco contro la banda di Caruso e Varanelli. Si fece buio “e quaso si eravamo immischiato nel bosco tra briganti e militi della squadra”. Vi fu un’ultima violenta carica nella quale “fu ferito Titta varanelli, in modo, che non potè più maneggiare l’arma”. La mattina dopo Caruso “lo fenì di ammazzarlo”.
La morte di Varanelli, rappresentò per la banda un duro colpo. Alcuni briganti furono uccisi, altri scapparono verso la Basilicata e Caruso, rimasto con sette uomini appena, fu braccato senza tregua dal generale Pallavicini, coadiuvato dai militi di diversi comuni, dai carabinieri e, come sempre, dalla squadra di La Cecilia, che freneticamente percorreva in lungo e in largo la zona tra Alberona, Volturara e Montefalcone per catturare il bandito, il quale, però, riuscì a raggiungere Molinara e a rifugiarsi dalla sua donna. Fu tradito, catturato e portato a Benevento, dove, dopo un processo sommario, fu fucilato il 12 dicembre 1863. La Cecilia e i suoi appresero la notizia con un certo disappunto, pensando alla taglia di 20.000 lire che pendeva sulla testa del brigante di Torremaggiore. “Noi poi la mattina tutto abbiamo saputo, e siamo rimasto come e fesso fottuto, che abbiamo fatto i cani dei cacciatori, che abbiamo portato la caccia ai cacciatori”.
Debellato quasi del tutto il brigantaggio in Capitanata, la squadra nei primi mesi del 1864 fece solamente servizio di scorta ai detenuti che dovevano essere trasferiti nelle carceri di Lucera. Solo il 25 marzo La Cecilia  ebbe l’ordine di recarsi  con i suoi e parte della squadra di Torremaggiore a Foggia dal prefetto De Ferrari, che lo mandò in Basilicata, agli ordini del colonnello Druetti, comandante della Sottozona di Melfi, dove alcune bande razziavano ancora il territorio.
Il primo compito affidatogli fu la cattura di tre pericolosi briganti: Domenico Zappella, detto Malacarne, Alessandro Sapio e Vincenzo Calmieri, detto Gamberi. “Questi tre”, disse il colonnello, “sono tanto cattivi, che si è fatto tanto, e tanti strada gemmi per distruggerli, ma mai si è potuto”. La Cecilia dopo solo due giorni tese loro un’imboscata e li uccise. “Quanto in Melfi seppero questo fatto, si fecero tanti meraviglia […]e tutti i melfitani fecero tanti e tanta lode alla squadra di San Severo”. Il 10 aprile, “con un tempo cattivo”, la squadra rientrò frettolosamente a Foggia per contrastare la banda di Giuseppe Pennacchia, detto Cicognitto, il quale, avendo saputo che LaCecilia non c’era, aveva rimesso piede in Capitanata per depredarla.
Richiamato nel melfese, La Cecilia collaborò con il generale Pallavicini, che pure lo volle sempre con sé, e che in una pausa gli chiese “quanta battaglia aveva fatto finore, e quanti briganti aveva fatto morire, e quanto dei miei aveva perduto in battaglia”. Rispose che “dei briganti fino a quel momento erano passati il n° di cento, ma dei miei nessun morto”.
Ritornò a fine giugno a San Severo, perché il prefetto volle che accompagnasse “il commissario di Leva dei soldati affarsi, per tutto il distretto”.
Andò di nuovo in Basilicata, dove il 28 novembre  prese parte alla cattura di Giuseppe Schiavone e dei pochi uomini che ancora lo seguivano. Circondati e senza possibilità di fuga, “i  briganti uscirono da sotto di un angolo del scarrozzi di fabbrica delle pecore, e sono ginocchiati al scoperto tutti, e cinque inermi, e cercarono perdoni, e così finalmente l’abbiamo presi, e ligati tutti cingue”. E in quella circostanza la Cecilia, soddisfatto per l’esito dell’operazione, disse al capitano dei bersaglieri “finis coronato pus”, ossia “finis coronat  opus”.
Il 15 dicembre ebbe l’ordine di rientrare a San Severo e il 17  la squadra fu  definitivamente sciolta. Ormai il brigantaggio era finito, non solo in Capitanata, ma anche in Basilicata, dove  il generale Pallavicini si occupò, ancora per poco, “di quei risidovi di briganti”.
Tornato alla vita normale, Tommaso La Cecilia riprese il suo lavoro. Il comune lo nominò perito d’ufficio il 30 novembre 1867 per definire, insieme all’ingegnere espopriatore Giovanni Giuseppe Caizzi di Foggia, il compenso spettante agli eredi di Carlo Fraccacreta “per l’occupazione di una parte del fondo aratorio – olivetato in contrada Pilone, tenimento di San Severo”.
Dall’aprile al dicembre 1869 Aldobrandino Allodi, ufficiale del 49°,  ritornò a San Severo come capitano di stato maggiore, direttore dei rilevamenti topografici e rivide La Cecilia, che era “ridivenuto agrimensore e Mozzicafava”.
Continuò a lavorare con i privati e con il comune, al quale nel dicembre del 1871 chiese il compenso per aver compilato con l’ingegnere comunale la “statistica stradale”. Ebbe £ 50,00.
L’età avanzata e gli acciacchi, tra cui una grave affezione agli occhi, non gli consentirono più di lavorare in campagna e nell’ottobre del 1878 presentò un’istanza al comune per ottenere un sussidio. Il consiglio, su proposta di Francesco Morelli, deliberò di dargli £ 200,00, da prelevarsi dal fondo “sussidio ai poveri”. Circa un anno dopo La Cecilia perse completamente la vista e chiese all’amministrazione comunale un sussidio mensile. Alcuni consiglieri “per i molti servizi da lui prestati con abnegazione nell’interesse dell’ordine pubblico”, proposero a favore del “disgraziato reclamante” un assegno di £ 25 al mese dal 1° gennaio 1880 al 31 dicembre 1884.
Il 28 ottobre 1880perse, all’età di 73 anni, la moglie Giovanna Sciaraffa e lui morì  il 18 settembre 1884 all’età di 77 anni. Il 27 ottobre successivo i figli  chiesero al Consiglio una somma per pagare le spese del funerale e una nicchia al camposanto in  “luogo distinto” in cui seppellire il padre. Ottennero £ 50, prelevate anche dal fondo  “sussidio ai  poveri”, ma non sappiamo se abbia avuto la sepoltura richiesta.

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